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Radio Folk (parte II)

FRANCO MORONE
STRINGS OF HEART

di Luciano Monceri
Franco Morone

Dopo il lockdown che ci ha costretti per lungo tempo a casa, esce il nuovo disco di Franco Morone, Strings of Heart, un vero capolavoro di colui che ad oggi è considerato tra i migliori chitarristi acustici del mondo. Franco ha dedicato la sua vita alla chitarra, iniziando a suonare a 12 anni e pubblicando il suo primo metodo per chitarra blues nel 1986.

Ha lavorato come giornalista per le riviste Guitar Club, Guitars, Acoustic Guitar ed ha condiviso palchi con colleghi del calibro di Alex De Grassi, Peter Finger, Tim Sparks, Leo Kottke. Negli anni ha maturato uno stile inconfondibile, originale e riconoscibile, che possiamo apprezzare in ben 12 produzioni discografiche.

Il suo repertorio ha solide radici nel blues, jazz, folk celtico e italiano, linguaggi padroneggiati con assoluta competenza. Assistere ad un suo concerto è come intraprendere un appassionante viaggio tra musiche di confine, standard e brani originali, percorsi di un'arte che coniuga sapientemente la cultura al sentimento. Le sue melodie eseguite con straordinaria sensibilità regalano emozioni fin dal primo ascolto. Con la sua chitarra si ha la sensazione di poter essere portati ovunque con un pugno di note, presi per mano da un suono caldo e gentile, ricco di ritmi delicati ed originali linee di contrappunto.

Franco è un grande amico del Montelago Celtic Festival, al quale ha partecipato ufficialmente aprendo l’edizione del 2011 e come special guest allo European Celtic Contest targato Montelago nel 2021 presso il rifugio di Manfrica.

STRINGS OF HEART

Strings of heart

Ma veniamo all’ultima produzione: 13 pregiatissime perle musicali che, confermando l’assoluta originalità dello stile, trasmettono forti vibrazioni e disegnano meravigliose immagini sonore riferite ai titoli dei brani stessi: si, perché per ogni brano l’autore si è ispirato a situazioni reali, vissute in prima persona e non, che hanno in qualche modo segnato la sua vita. In Dangerous Roads (track 01) sembra veramente di ascoltare un redivivo Michael Hedges, una icona inscalfibile del panorama chitarristico mondiale, che perse la vita nel 1997 in un tragico incidente stradale: il tributo che Franco gli dedica è a dir poco commovente, per chi come me e tanti altri appassionati di Hedges conosce a menadito le sue eclettiche composizioni, e nel finale brusco, come interrotto, si percepisce l’ineluttabile addio.

Tra le mie preferite Noises in the Night (track 03) dedicata alla gatta Michelle e alle sue escursioni notturne in casa: l’andamento furtivo ben chiaro nell’incipit del brano si miscela con le parti più concitate e rilassate nello sviluppo della melodia, dove immaginiamo chiaramente il passo felpato del curioso felino. Il tutto in puro stile Morone che ritroviamo nell’album Miles of Blues. Nel disco non mancano le reinterpretazioni di brani delle svariate tradizioni (Giants Parade / Morrison Jig - track 09, Antice – track 10, The Water Side – track 11) e ballad originali. Ma il brano che più mi ha colpito dell’intero album è Northern Breeze (track 06), dedicato al periodo del lockdown: brano estremamente evocativo che si distacca molto dal resto delle songs nella sua struttura espositiva, denotando una capacità compositiva che si muove nell’esplorazione di remoti meandri dell’animo umano. E nell’ascolto ad occhi chiusi in un ambiente rilassato, privo di distrazioni, vi assicuro che il messaggio arriva diretto al cuore.

Il tutto si può ascoltare su Spotify (https://open.spotify.com/album/1Ju94aZRMejHMsGO9bRYl7), ma il mio consiglio è di acquistare il CD dove sono presenti anche le presentazioni scritte da Franco. Buon ascolto.


KAN
SLEEPER

di Michele Serafini

Lo Tzolkin è il calendario lunare sacro agli antichi Maya, cosmologicamente capace di connettere l’energia dei cieli e della terra. Il 2010 sarebbe stato l’anno del Kan, un anno che per i Maya avrebbe portato buona sorte ad ogni nuovo inizio, ad ogni progetto onirico, ad ogni strada apparentemente rischiosa.

KAN

L’anno del Kan sarebbe stato pervaso da una profonda entelechia, quella dinamica che, ruotando intorno al numero 4, avrebbe permesso ad ogni cosa di raggiungere pienamente la propria forma. Ed è così che a Gennaio 2010, 4 tra i più grandi musicisti folk di Irlanda, Scozia, Inghilterra e Galles si sono uniti in un progetto musicale che, sebbene di breve durata (il gruppo si è sciolto, manco a dirlo, 4 anni dopo), ci ha donato un disco sublime, di quelli che rimangono nella storia della musica. Il fiddle di Aidan O’Rourke, i fiati di Brian Finnegan, le corde di Ian Stephenson e le percussioni di Jim Goodwin - come per una magica congiunzione astrale - si sono intrecciate a comporre un album che va ascoltato più e più volte, che corre su più e più ritmi, che sembra cadere nel chaos melodico proprio quando invece ricompare l’ordine ultimo delle cose.

SLEEPER

One, Two, Three: così parte - nel più classico degli incipit, l’album Sleeper, registrato nei mitici Castlesound Studios di Pencaitland (Scozia) e pubblicato nel 2012. Si tratta di una sonnacchiosa ballata dalle tinte Jazz, amorevole e discreta, in cui si inizia a percepire l’entelechia dell’album, con il meraviglioso whistle targato Colin Goldie di Finnegan che ci porta sotto un cielo in cui le nuvole corrono veloci. A spingere la nuvole ci pensa Mangatakk, secondo brano dell’album.

Kan

Ringraziamento rituale di fine pasto nelle isole Far Oer, ‘manga takk’ gioca con i controtempi e va di dispari, mostrandoci l’immensa capacità tecnica del quartetto che è poi portata a pieno compimento nel terzo brano dell’opera, quel marcoS che è già classico ripreso e riarrangiato da molti giovani musicisti d’oltremanica. In noble? riprendiamo fiato - almeno all’inizio - lasciandoci sedurre dall’erotica danza intrecciata tra Finnegan, O’Rourke e Stephenson, quest’ultimo capace con la sua chitarra N.K Forster di dettare i passi a fiddle e whistle in stato di grazia. Rangoon è una corsa senza fiato, sclerotica ed urgente, per andare a riprendere ciò che marcoS aveva seminato: la rivoluzione che continua, di nuovo tra chaos apparente e improvviso riordino del mondo. L’album si chiude con corioliS, brano originale scritto da O’Rourke e Finnegan, fatto di attese ed aperture. La chitarra di Stephenson torna ad essere determinante, così come le percussioni di Goodwin. E’ ora di riporre il disco per un paio di giorni, per riascoltarlo con orecchio fresco, in attesa del ritorno dell’anno del Kan per un’altra magia del genere.

L’album è ascoltabile su Spotify a questo link: https://open.spotify.com/album/2b0XaykFFwZPJ4NWdPlj1W ma anche qui consigliamo l’acquisto. Potrebbe essere l’unico lavoro pubblicato di un gruppo che ha già fatto storia.

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